PSICHE 2000 ASSOCIAZIONE

Per la promozione del benessere interiore

Diciamoci la verità

DICIAMOCI LA VERITÀ…

(modi di essere, relazioni umane complesse, cinismo…crisi econnomica, suicidi e disagi psicologici)

L’accresciuta complessità dei ritmi quotidiani e la costante preoccupazione per la riuscita delle proprie responsabilità, segnate da forti urgenze economiche e da pressioni sociali che vogliono l’individuo vincente nonostante la concorrenza, alimentano una competizione obbligata, che non è solo quella delle scelte lavorative e dei rapporti professionali, ma è anche quella delle amicizie “per interesse” e della ricerca di risultati da esibire: ciò snatura la forza della propria persona e compromette l’autenticità dei legami affettivi, spesso dettati da un’altra forma di competizione, quella con la solitudine. Il tempo attuale, poi, con le sue perdite economiche, rende l’uomo fragile anche nell’immagine di sé, costringendolo all’impotenza di non riuscire a sostenere la propria famiglia, ad avere obiettivi a lungo termine, né una progettualità da difendere. Ne deriva  una povertà che non è più solo materiale, ma anche psicologica: la paura di non sopravvivere si dilata e si con-fonde nella paura di non valere, di non essere abbastanza capaci di reagire, a volte anche solo di resistere. Nel momento in cui si perde motivazione ad investire nei rapporti umani, si perde anche il coraggio di ricostruirla, sino a pensare che la vita stessa sia del tutto inutile e che non resti altro da fare che togliersela.

Da qualche parte si è scritto che sono in aumento il numero dei suicidi; al di là delle riflessioni che si potrebbero spendere  su quanto altre autorevoli voci riferiscono a proposito di un numero molto maggiore di suicidi in periodi precedenti di crisi, è significativo e paradossale al contempo che l’uomo, disperato perché la vita lo mette alla prova – segno della paura di perderla – accetti, alla fine, proprio di perderla. Un tempo, dunque, di seria, dilagante e contagiosa fragilità, dove la paura di soffrire è spesso superata dalla paura di esserne giudicati, a fronte di una società che scruta con sospetto la sofferenza interiore, marchiando chi la vive come persone prive di senno e inaffidabili. Anche per questo si ha paura di soffrire, perché il pregiudizio è sempre al varco e non esita a vedere nella sofferenza interiore un male oscuro e temibile, che rende la persona “strana” e per questo oggetto di vergogna.

Un tempo storico, dunque, in cui, per soffrire, bisogna farlo in silenzio, perché l’ignoranza e l’egoismo delle mode inaridiscono gli animi e fanno dimenticare che esistono i diritti, primo fra tutti quello di stare bene. L’uomo si è consegnato totalmente ad una civiltà materiale, credendo che avere significasse essere e convinto, forse, di potersi così sentire padrone del proprio mondo. Ne ha pagato un prezzo altissimo: sottomesso alle leggi del consumismo, è diventato schiavo del suo stesso mondo e ha perso la forza della propria coscienza e della propria libertà. Non può essere sempre colpa degli altri (società, tasse, governo…) se le cose non funzionano o accadono certi avvenimenti gravi.

Basterebbe, forse, una cosa dal sapore antico: la consapevolezza di chi, con umiltà, sa che si può fare meglio; ma a sua volta ciò richiede l’intelligenza e l’onestà di compiere un atto di responsabilizzazione, che in pochi, oggi, sembrano volersi assumere.

Eppure le risorse esistono e la psicologia può essere una di queste, utile per imparare a fermarsi e avere il coraggio di giudicare, ossia di attribuire una risposta esauriente alle cose che si vedono, non limitandosi a provare delle sensazioni, ma esprimendosi su ciò che si è provato. Lo psicologo diventa, allora, uno strumento di recupero delle proprie capacità di scelta, uno strumento di restituzione di una dignità umana sempre più latitante, una persona che vuole credere in un’altra persona ed aiutare l’uomo a sentirsi protagonista attivo della propria quotidianità. Tutto ciò non è agito per vanto professionale, ma per il sano desiderio di conoscere l’Altro e le sue esperienze, affinché la persona torni a volere il bene per sé e a sentire il piacere di averlo. Lo psicologo non è solo colui che dà un nome alle stravaganze mentali di qualcuno altro e le trasforma in una diagnosi, ma, prima ancora, è un uomo che, per rispetto alla vita che gli appartiene, vuole che ciascuno ritrovi il senso del proprio essere, per onorarlo e valorizzarlo, per uscire dal cinismo e dalla pigrizia, ricordandosi di avere un potere: quello di stabilire cosa sia importante e cosa no. È una sfida coraggiosa, che non trova alleati nella facile stanchezza e nell’avida ricerca di emozioni a breve termine, ma è anche certo che sia una sfida “da uomini”, di chi vuole il proprio cuore palpitante d’umanità e, soprattutto, finalmente libero di amare e di amarsi. Siamo comunque ben consapevoli che la società non può essere salvata dagli psicologi, dato il diffuso decadimento valoriale che richiede forze ben più massicce per essere recuperato, a cominciare da un attento ascolto della coscienza individuale.

Va poi ricordato che per la riuscita di un percorso d’aiuto sono importanti la sensibilità e l’onestà intellettuale di ciascuno degli attori in campo, nonché la competenza,  il carattere e le aspettative personali che contribuiscono al rapporto tra Operatore e Utente. Lo psicologo non sceglie il suo utente “preferito”, né potrebbe per la propria etica professionale e umana, ma la persona in difficoltà può decidere a chi affidarsi, cercando nell’ampia offerta dei Servizi pubblici e privati.

 Dott.ssa Catia Pegoraro – Psicologa --- Condiviso da Associazione Psiche 2000

 

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